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Psicologa clinica e psicoterapeuta psicoanalitica

Dott.ssa D’Acuti Arianna

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La rimozione e la fissazione

Sigmund Freud mette a punto la teoria della rimozione come processo che presiede al funzionamento strutturale dell'inconscio in tre grandi opere: Studi sull'isteria (1895), L'interpretazione dei sogni (1899), Psicopatologia della vita quotidiana (1901). Le rappresentazioni  giudicate incompatibili dall'Io vengono allontanate, rimosse dalla coscienza generando un soggetto diviso che non ha potere cosciente sul ritorno di ciò che è stato rimosso. Il rimosso infatti non viene cancellato bensì ritorna come una verità esiliata che esige di essere riconosciuta. Jacques Lacan nello scritto Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi (1953) inquadra questa teoria della rimozione freudiana in quella della metafora dove un significante prende il posto di un significato rimosso. Il prodotto di questa operazione è il soggetto barrato ovvero la disgiunzione tra il soggetto dell'inconscio e l'Io come rappresentante delle esigenze della realtà. Il passo che Freud compie nei Tre saggi sulla teoria sessuale, opera successiva alle tre di cui sopra, ci conduce ancora oltre, al di là della teoria della rimozione. Se questa teoria si fonda sul sintomo come ritorno simbolizzato della verità inconscia, rimossa, del soggetto; la teoria della libido si sostiene sul potere della fissazione pulsionale, la quale in termini lacaniani, mette in gioco non tanto il soggetto diviso, castrato, negativizzato dal trattamento del significante, della Legge simbolica, ma piuttosto l'oggetto piccolo a come condensatore del godimento inconscio del soggetto. Nella fissazione libidica l'inconscio si configura come un organizzatore di godimento, un nucleo chiuso di godimento. Ciò significa che, se la teoria della rimozione precisa l'inconscio strutturato come un linguaggio e conferisce senso a tutte le sue formazioni (lapsus, sogno, sintomo, atto mancato, ecc.), la teoria della fissazione mette in evidenza la ripetizione del godimento impresso nella memoria corporea. Se la teoria della rimozione dà ragione all'accantonamento progressivo della pulsione pregenitale (che non si esaurisce mai del tutto ma piuttosto viene rimossa) come effetto dell'esigenza propria del discorso  sociale di limitarne la spinta, quella della fissazione libidica dà invece ragione di un godimento che recalcitra di fronte all'azione simbolico-normativa della castrazione. È questo il problema generale del rapporto tra l'azione limitatrice del Padre edipico (agente della castrazione) e ciò che invece non si lascia mai del tutto normare, negativizzare, integrare nella Legge edipica. È l'inconscio che si fa beffe dell'Altro che sa. È il soggetto psicotico che rimanendo fissato alla pulsione è recalcitrante a farsi normare, a farsi etichettare, a farsi inquadrare, che ride di ogni prosopopea che si trova davanti, che ironizza su ogni capacità di sapere. Se il medico, l'Altro della cura, gli fa trovare un sapere, lo induce a ridere di lui (è bene ricordare che questo concetto vale, in forma diversa, anche per i soggetti nevrotici). A questo livello, raffigurazione, spostamento, condensazione che caratterizzano l'attività del lavoro onirico, vengono meno e lasciano il posto a qualcosa che non si raffigura, non si sposta, non si metaforizza: deposito, stazionamento, arresto, fissaggio della libido in una zona orifiziale del corpo che dissente dalla Legge del Padre edipico, pur essendone un prodotto.  È ciò che Freud chiama pulsione di morte, Das Ding, e Lacan definisce godimento e che colloca nel registro del Reale. Un eccesso libidico ristagna anziché spostarsi, anziché trasferirsi secondo la legge evolutiva della sviluppo della libido verso la meta considerata normale della sessualità genitale. Qualcosa di troppo residua nel soggetto e attiva la fissazione pulsionale. Si tratta di un eccesso, di un ingorgo di godimento. Il nevrotico se ne difende attraverso il linguaggio. Il linguaggio è un gioco di maschere. Sono tutte risate sulla Cosa.  In psicoanalisi, per "Cosa" (in tedesco Das Ding) si intende l'oggetto primordiale e assoluto del desiderio, irraggiungibile perché legato a un'esperienza di soddisfazione totale. Perduto per sempre a causa del linguaggio, questo vuoto fondamentale genera la spinta incessante che orienta la ricerca del soggetto per tutta la vita. È un  vuoto primordiale che cerchiamo invano di colmare con oggetti sostitutivi e il punto cieco attorno al quale ruota l'intera vita psichica.

 Il termine Das Ding fu introdotto originariamente da Freud, in particolare nel Progetto di una psicologia del 1895, e successivamente ripreso e formalizzato da Lacan nel suo Seminario VII: L'etica della psicoanalisi.

La "Cosa" rappresenta quel nucleo incandescente e oscuro della psiche che si colloca oltre la nostra capacità di rappresentazione simbolica.

Le maschere, le identificazioni come prodotto del linguaggio sono un modo per allontanarsi dalla Cosa, per custodirla, per metaforizzarla, per farne l'economia. Certamente uno che ride non è indifferente alla Cosa, ma è differente da essa, nel senso che ne prende distanza, una distanza che cura. Il linguaggio incarna i modi di cura della Cosa, dell'oggetto perduto per sempre che costituisce un vuoto strutturale e primordiale. Il soggetto psicotico, che a differenza del nevrotico, non è presso l'Altro del linguaggio, è fuori linguaggio, forcluso, se ne difende col delirio, delirio inteso come metafora, anch'esso come tentativo di cura dalla Cosa. Per questo motivo si sente comunemente dire che i deliri non vanno mai spiegati, bensì devono essere rispettati, mantenuti, non smontati nel dargli senso.



Dott.ssa D’Acuti Arianna
Psicologa clinica e Psicoterapeuta psicoanalitica Avellino

Dott.ssa D’Acuti Arianna

Psicologa clinica e psicoterapeuta psicoanalitica a Avellino (AV)
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